Vladimir Hernández: il ‘Pequeño Gigante’ che diventò calciatore grazie a una premonizione

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La vita a volte è fatta di ossimori. Una lezione che deve aver imparato Vladimir Hernández, noto ai più con il soprannome di Pequeño Gigante. Non sempre infatti i centimetri fanno la differenza: a lui, per esempio, sono bastati i suoi 160 per battere il Colo Colo, in Cile, nella sua prima partita con la maglia Atlético Nacional in Copa Libertadores. Il risultato finale dice 1-0 per il Verdolaga e il gol decisivo è proprio di Hernández, a segno per la terza volta negli ultimi cinque giorni. Le altre due reti, di cui una peraltro bellissima, erano arrivate nella vittoria per 2-0 sull’América de Cali in campionato. Insomma, in poco più di un mese il piccolo trequartista si è preso l’Atlético Nacional. Niente di così di straordinario in confronto alla storia della sua carriera, anche se, in fondo, tutto sembrava già scritto.

All’età di tre anni, mentre era in giro insieme al padre Iván, un anziano chiese a Vladimir di potergli leggere la mano. Dopo alcuni secondi, ecco il responso: “Señor, si prenda cura di questo bambino. Avrà successo in uno sport e diventerà famoso”. Parole premonitrici che hanno aiutato Hernández a farsi forza nei momenti più difficili della sua infanzia, passata per lo più ad Arauca, un dipartimento spesso vittima di episodi di violenza. Per questo motivo, la sua famiglia vendette la propria casa a un prezzo stracciato pur di trasferirsi a Barranquilla e permettere al piccolo Vlacho di crescere in un ambiente meno complicato. Sua madre Gloria, che si guadagnava da vivere vendendo obleas (wafer farciti tipici della Colombia) ha sempre stravisto per lui. “Vivevamo in piccole case, sempre in affitto, ma mio figlio mi diceva sempre: ‘Mamá, non ti preoccupare, un giorno avrai una casa tutta tua e ti sentirai come una regina”. Aveva ragione, proprio come quel viejo che gli predisse il futuro.

A cambiare la sua vita fu un annuncio pubblicato su un giornale: l’Atlético Junior stava organizzando dei provini per scovare nuovi talenti. Aveva 11 anni e, prima di allora, aveva giocato solo qualche torneo amatoriale nella Liga del Atlántico. Ciò nonostante venne scelto dai selezionatori dei Tiburones, costretti poi a trattare il suo acquisto con il club Mundialito, la società detentrice dei suoi diritti sportivi. “Ricordo bene come andò la trattativa”, ha raccontato Hernández. “Regalarono loro due palloni, qualche cono per gli esercizi e alla fine si strinsero la mano”. Dopo una stagione al club affiliato Barranquilla F.C., dove conobbe Teo Gutiérrez e Carlos Bacca, tornò al Junior. Il profesor Diego Umaña gli diede fiducia e, dopo poche partite, conquistò la maglia di titolare. In nove stagioni con i Rojiblancos ha vinto tre titoli (Apertura, Finalización e Copa Colombia) e ha segnato 61 gol, che gli hanno permesso di diventare il settimo miglior marcatore della storia del club.

E dopo un’annata un po’ altalenante in Brasile con il Santos, eccolo di nuovo in Colombia, questa volta con l’Atlético Nacional. Sempre accompagnato dalla moglie Brenda, un appoggio fondamentale nella sua carriera proprio come i suoi genitori, che hanno deciso di chiamarlo Vladimir. Ma, nonostante il nome di battesimo, non sembra esserci spazio per Hernández nella spedizione colombiana in Russia il prossimo giugno. Sino a qui ha disputato una sola partita con i Cafeteros, ma nulla gli vieta di crederci comunque: “L’uomo non può smettere di sognare. Io continuo a farlo ogni giorno ed è proprio per questa ragione che sto vivendo una vita così bella”.

Matteo Palmigiano