Vikonis: la morte del nonno e della figlia, lo sputo a un tifoso e il titolo con il Millionarios

Vikonis

Dopo aver resistito agli ultimi attacchi dell’Independiente Santa Fe, nel momento di massima gioia Nicolás Vikonis ci ha tenuto a scacciare quelle ombre che ancora aleggiano su alcuni successi azules del passato, prima di fermarsi a ricordare i suoi “due angeli“, commuovendosi pure nel dedicare la vittoria del titolo, il quindicesimo della storia del Millonarios, al nonno scomparso in agosto e alla figlia Luciana, morta nel grembo della madre ancor prima di venire al mondo.

Quello appena trascorso, infatti, è stato un anno difficile per Vikonis. In tutti i sensi: come se non bastassero i drammi familiari, non superati nonostante gli studi in psicologia, anche in campo le cose non sono filate per il verso giusto. A febbraio, ad esempio, dopo una sconfitta con l’Independiente Medellín, un tifoso che lo riteneva il principale responsabile della disfatta lo ha insultato in maniera pesante: e il portiere uruguaiano è caduto nella provocazione arrivando addirittura a sputargli addosso. Poi ha fatto marcia indietro, pentendosi sinceramente dello spiacevole accaduto. Per quanto repentine, però, le scuse non sono bastate a evitare le quattro giornate di squalifica assegnate.

E nel secondo semestre la storia sembrava essere la stessa del primo. Criticato per qualche papera di troppo, e sicuro di diventare il secondo portiere visto l’imminente arrivo del venezuelano Wuilker Faríñez, annunciato dalla società già a ottobre, qualche mese fa nemmeno il più ottimista dei suoi estimatori avrebbe potuto immaginare un finale da campione e protagonista. Lui, in fondo, anche nei momenti più bui ci aveva sempre creduto e sperato. Da grande amante dei tatuaggi, la prima cosa che ha fatto quando è sbarcato a Bogotà è stata quella di promettere ai tifosi di farsene uno con il numero “15” se casomai fosse riuscito a diventare campione colombiano con il Millonarios. Adesso non resta che mantenere la parola. Poi, magari in un futuro ancora lontano, potrà lavorare da psicologo, così come avrebbe tanto voluto suo padre Otto, inflessibile nel fargli capire da ragazzino l’importanza dello studio. Ma senza mai sganciarsi completamente dal mondo del fútbol: “L’ideale sarebbe praticare la mia professione ma applicata al calcio. Le mie due passioni”.

Vincenzo Lacerenza