Valverde: calciatore già a due anni, il sogno di una maglia blanca e il futuro al Real Madrid

Valverde

La nuova generazione di centrocampisti uruguaiani vuole andare oltre ogni cliché. Il classico riferimento alla garra dei charrúa non è il primo aspetto che salta all’occhio, vedendo giocare le ultime selezioni giovanili della Celeste, in cui la qualità soppianta nettamente la grinta. L’Uruguay, che in fondo è il Paese di Schiaffino e Francescoli, sta dando alla luce giocatori di gran talento, e oltre a Gastón Pereiro e Rodrigo Bentancur, sta sbocciando un altro possibile campione come Federico Valverde.

Ancora più uruguaiana della garra e del talento, è la passione per il fútbol: Federico iniziò a conoscerla a due anni, provando i primi tiri con ciuccio e pannolino per la Calle Dionisio López, nel barrio montevideano di Unión. Come quasi sempre accade in certi casi, quei tiri, molto più potenti di quanto ci si aspetti da un bambino di quell’età, vennero visti da un delegato di una delle numerosissime scuole calcio della capitale. L’Estudiantes de la Unión diede il via alla carriera di Valverde, ospitandolo già a tre anni nella squadra di baby fútbol: chi lo vide racconta che, dopo aver segnato un gol al Danubio, si tolse il pannolino, mentre nelle sue prime foto da campione di un torneo giovanile, in una mano teneva il ciuccio e nell’altra la coppa.

La sorprendente precocità fu solo lo sfondo di uno scenario da predestinato. All’età di quattro anni, ebbe un sogno premonitore: stava giocando a pallone, non al solito campetto vicino Calle Comercio, ma in uno stadio enorme, completamente gremito. Indosso aveva una maglia bianca. Quando lo raccontò ai genitori, quasi lo sgridarono: “Mejor que sueñe con una amarilla y negra”. In casa, tutti erano tifosi del Peñarol e la maglia bianca, se sei un bambino appassionato di calcio che nasce in Uruguay, è quella dei rivali del Nacional. Per evitare brutte sorprese, don Julio e doña Doris lo educarono da perfetto tifoso del Manya, ma il sogno continuò a occupare le sue notti fino all’età di undici anni. La direzione che stava prendendo la fase embrionale della sua carriera, però, era decisamente aurinegra: dopo diversi passaggi in squadre giovanili, entrò nelle inferiores del Peñarol e continuò a sorprendere, finché tutti si convinsero che Federico Valverde sarebbe stato il centrocampista del futuro.

Un futuro nemmeno così lontano: Pablo Bengoechea, storico numero dieci e allenatore del Peñarol, decise di aggregarlo a diciassette anni ancora non compiuti alla prima squadra, dicendosi certo di non aver mai visto un giocatore di quell’età con così tante virtù. Possedeva già quella tendenza a sfuggire alle marcature con tocco e agilità, prima di distribuire grazie a una vastissima visione di gioco palloni taglienti e profondi. Slanciato, ben presto oltre il metro e ottanta, ma sempre piuttosto esile, Fede ha delle movenze, delle scelte e una fisicità che abbinate, in fase offensiva, possono ricordare quelle di Riquelme. Valverde, però, era già un centrocampista centrale, e non ha mai avuto nulla da spartire con Román nell’altra fondamentale caratteristica del suo gioco: un dinamismo sfrenato, che lo porta a sfruttare una falcata profonda in progressione e a rendersi utile anche senza palla. Il suo idolo, per ragioni di tifo, è Diego Forlán, ma i modelli a cui aspira sono centrocampisti completi e decisivi Kroos, Iniesta e Modrić.

Con il tempo, arrivarono le prime presenze in campionato, ma soprattutto arrivò il Sudamericano Sub-17 del 2015, che suggerì al mondo intero di tenerlo d’occhio. L’Arsenal era arrivato prima di tutti, regalando a Fede il sogno di allenarsi agli ordini di Wenger, insieme ai grandi giocatori dei Gunners. Alla fine, però, non piazzò l’affondo decisivo e il Real Madrid decise di promettergli una camiseta merengue non appena avesse compiuto i diciotto anni. Bianca, come quella del sogno, e tutto tornò.

Indossò prima la maglia del Castilla, una volta lasciato il club di cui era tifoso, poi ottenne anche la prima presenza ufficiale nella Celeste, contro il Paraguay, e come i veri predestinati segnò all’esordio. Quest’anno, il Real Madrid ha deciso di prestarlo al Deportivo La Coruña: dalla Galizia è partita la prima tappa dell’apprendistato per diventare un giocatore del club più importante al mondo. Valverde ha tutto, tranne un limite da porre alle proprie ambizioni: la camiseta blanca per un talento del genere non può più essere solo un sogno, ma un obiettivo.

Federico Raso