Il primo trofeo ‘rayado’ del Turco Mohamed: l’ultima vittoria in memoria del figlio

Mohamed

Dall’estate del 2006 Antonio Mohamed aveva due debiti da saldare con sé stesso: riportare l’Huracán in Primera, missione compiuta nel 2007, e vincere alla guida del Monterrey, obiettivo raggiunto con la finale di Copa MX vinta sul Pachuca per 1-0. Nulla che possa cancellare la delusione per il campionato perso contro i rivali di sempre del Tigres dopo aver dominato in ogni aspetto l’ultimo semestre, ma pur sempre una coppa con cui consolarsi, la prima sollevata nell’Estadio BBVA Bancomer inaugurato nel 2015.

Essere campione con i Rayados, per il Turco, ha un significato particolare. La mattina del 1 luglio 2006 l’Argentina aveva perso da poco un quarto di finale con la Germania e un camper con cinque persone viaggiava verso Francoforte: tra queste Faryd Mohamed, nove anni, che suo padre aveva deciso, un giorno prima della partenza, di portare con sé al Mondiale. Un regalo. L’impatto con una Mercedes che viaggia a 180 chilometri orari fu brutale: il camper si aprì in due, l’allenatore rischiò di perdere una gamba e per suo figlio non ci fu nulla da fare.

Da allora il Turco, dopo aver messo da parte l’idea di abbandonare il calcio e aver deciso di onorare le promesse fatte al figlio, tifoso del Globo in Argentina e della Pandilla in Messico, porta sempre con sé in panchina un rosario. “Per sentire la sua presenza”, dice. Nel 2007, quando tornò ad allenare, rifiutò varie offerte per allenare in B il suo Huracán e conquistò la promozione.

La strada per arrivare al Monterrey, la squadra a cui sono più legati i ricordi del figlio, al fianco della mascotte dei Rayados e dell’orsacchiotto bianco dello sponsor in tante foto scattate al vecchio Tecnológico, fu più lunga: chiamato nel 2011 al Tijuana con la prospettiva di lottare per la salvezza, portò i Xolos a vincere un campionato inatteso, il primo della loro breve storia, e non contento fece soffiare il vento del nord anche sulla Libertadores, arrivando fino ai quarti di finale; nel 2014 portò l’América al suo dodicesimo (e per ora ultimo) titolo nazionale, ma venne subito allontanato. Il suo calcio, infatti, non piaceva a tutti, anche quando funzionava: viene accusato di essere rimasto al passato con il suo gioco poco sofisticato e diretto, pochi passaggi per arrivare in porta e tante ripartenze.

Lo stesso stile che ha impiegato dal 2015 al Monterrey, primo in classifica nell’ultima regular season con una delle percentuali di possesso palla più basse. Quando era passato da queste parti da giocatore, a fine anni novanta, il contesto era tutt’altro: calciatore più costoso del Draft del 1998, strappato al Toros Neza per quasi tre milioni di dollari, si ritrovò dopo qualche mese a essere l’unico in rosa a percepire uno stipendio, mentre il proprietario del club era in carcere e i compagni non vedevano soldi da due mesi. Una notte, dopo una trasferta in Libertadores, la squadra era a Caracas senza soldi per albergo e viaggio aereo: il Turco tirò fuori la carta di credito e pagò per tutti, consentendo di tornare in patria per tempo e non perdere a tavolino una gara fondamentale per la salvezza. Quasi vent’anni dopo, reduce da due finali perse in campionato con il contorno di lacrime e tentazioni di dare le dimissioni, Avilés Hurtado gli ha regalato una coppa che forse vale poco per molti, ma non per lui.

 Marco Maioli