L’ascesa dopo una vita nelle retrovie: l’Atlético Tucumán è la rivelazione della Libertadores

Atlético Tucumán

Lontano dai riflettori di Buenos Aires e dalla mistica di Avellaneda e Rosario, in Argentina una piccola realtà si sta facendo largo. Sgomita per diventare una grande, l’Atlético Tucumán, un club che negli ultimi tre anni si è seduto stabilmente al tavolo delle big argentine. Stagioni d’oro, con traguardi storici raggiunti: l’ultimo, in ordine di tempo, sono gli ottavi di Copa Libertadores, dove il Decano ha ipotecato il passaggio ai quarti di finale battendo nel match di andata degli ottavi niente meno che l’Atlético Nacional di Medellín.

Uno dei colossi del fútbol sudamericano che cade al cospetto della matricola terribile guidata da Ricardo Zielinski. Incredibile, ma nemmeno troppo, perché davanti al proprio pubblico il Tucu ha dimostrato di poter avere la meglio su chiunque: è accaduto lo scorso anno, quando all’esordio assoluto nella massima competizione continentale gli albicelestes rimasero imbattuti tra le mura amiche, e stava di nuovo per accadere in quest’edizione, dove solo il Libertad ha avuto la forza di espugnare l’Estadio Monumental José Fierro, impianto ribattezzato Bombonera del Norte non a caso.

Il tifo tucumano ha sempre rappresentato un vanto il club, salito in Primera División per la prima volta solo nel 2009 dopo una vita passata esclusivamente nelle categorie inferiori, dove l’obiettivo principale è sempre stato quello di primeggiare sul San Martín, rivale storico. Da qualche tempo però la società ha cominciato a pensare in grande: dopo essere tornato definitivamente tra le grandi, l’Atlético ha costruito un gruppo composto per lo più da giocatori, talvolta in cerca di rilancio, ottenendo al primo colpo una clamorosa qualificazione in Libertadores da neopromosso.

Il matrimonio con il Ruso Zielinski ha segnato la definitiva consacrazione. All’esordio in Libertadores, il Tucu si trovò suo malgrado protagonista di un episodio che ha fatto il giro del mondo: arrivati a Quito per giocare contro El Nacional, i dirigenti si accorsero di non avere a disposizione un kit di maglie per giocare, e così si pensò di chiederle in prestito alla Selección sub-20, in Ecuador per il Sudamericano di categoria. Il lieto fine fu scontato: il gol di Fernando Zampedri, con addosso il numero 9 del bomber boquense Torres, decise la partita, regalando i primi storici gironi di Libertadores al club.

Zampedri poi partì, ceduto a peso d’oro al Rosario Central, lo stesso Central che il Tucumán incontrò e eliminò in semifinale nell’ultima edizione di Copa Argentina, battendolo ai calci di rigore e diventando la seconda società dell’interior a raggiungere la finale di coppa nazionale.

Davanti a tutto, come ha recentemente spiegato il presidente Mario Leito, c’è la voglia di migliorarsi sempre e comunque: «Puntiamo su gente affamata, per me le motivazioni vanno messe sempre al primo posto. Con questo criterio ho scelto Zielinski e con lo stesso metodo acquisto i giocatori» ha dichiarato il numero uno del club. Con queste premesse, per esempio, è arrivato Leandro Díaz, ex baby prodigio esploso giovanissimo con la maglia del Lanús, un concentrato di talento e esplosività che però non ha mai mantenuto le promesse. Un suo gol ha aperto la partita contro l’Atlético Nacional, una sua giocata ha avviato l’azione del secondo gol firmato da Guillermo Acosta. Poi, solo applausi a scena aperta al momento del cambio, con tanto di abbraccio da Luis Rodríguez, bomber storico del Tucu con oltre 160 gol segnati con la maglia albiceleste.

La Pulga gioca ininterrottamente nel club da dodici anni, con la sola eccezione di una breve parentesi al Newell’s, e rappresenta in pieno lo spirito di una squadra che, dopo l’ascesa delle ultime stagioni, non ha alcuna intenzione di fermarsi qui.

Andrea Bracco