L’ultimo Clásico di Roque Santa Cruz

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Al fischio finale di Olimpia-Cerro Porteño, la partita più sentita del Paraguay, decine di tifosi del Decano hanno invaso il terreno di gioco con un unico obiettivo: rendere omaggio al proprio idolo. Il 2-1 con il quale l’Olimpia ha riaperto il campionato è passato in secondo piano perché le attenzioni della serata erano concentrate tutte su Roque Santa Cruz.

Santa Cruz, uno dei giocatori paraguayani più forti di sempre, ieri sera ha affrontato il suo ultimo Superclásico da giocatore. Le circostanze e l’andamento della partita non hanno convinto l’allenatore Bobadilla a mandarlo in campo nel finale, ma ciò non ha assolutamente influito sul clima dell’evento.

A fine gara infatti un ragazzo ha scavalcato le recinzioni presenti a bordo campo, e dopo aver dribblato un numero consistente di poliziotti si è inginocchiato in lacrime davanti al proprio idolo. Santa Cruz, visibilmente emozionato, non ha potuto fare altro che sfilarsi la maglia ed abbracciare forte il tifoso che in quel momento non rappresentava solo sé stesso, ma una famiglia intera di aficionados.

L’esclusione di Santa Cruz dal Superclásico potrebbe però essere letta anche da un’altra prospettiva. L’attaccante classe 1981 orinario di Luque non è mai stato tipo da riflettori puntati: chi lo conosce ne parla come di un ragazzo dai grandissimi valori etici e morali, poco incline a comportamenti sopra le righe.

Lo ha dimostrato in carriera, per esempio, quando a 18 anni ha deciso di lasciare l’Olimpia per andare in Bundesliga, pagato sette milioni di dollari e strappato dal Bayern Monaco anche alla concorrenza del Real Madrid. Santa Cruz è stato il precursore dell’invasione paraguaiana in Europa, un continente che lo adottato e cresciuto per diciassette anni con ottimi risultati nei tre migliori campionati del mondo.

Il suo percorso professionale ha sempre avuto come punto fisso il ritorno all’Olimpia per terminare la carriera. Una specie di ossessione diventata realtà nel 2016. La O è il club che ha permesso a Santa Cruz di diventare uomo prima ancora che calciatore, andandolo a prendere direttamente a Luque quando era ancora un bambino. Entrato nel vivaio olimpista all’età di 9 anni, a 15 anni già venne chiamato in ritiro con la prima squadra.

Nonostante i tanti anni passati in giro per il mondo, Santa Cruz ha mantenuto un rapporto forte con il suo Paese. Ad Asunción è cominciato tutto, ed è giusto che il percorso professionale di uno degli attaccanti sudamericani più prolifici di sempre termini proprio nella capitale guaraní. Una città che lo ha adottato e si è stretta attorno a lui durante i periodi peggiori, quando c’erano da prendere decisioni importanti. Da Asunción, Santa Cruz ha annunciato l’addio alla nazionale e, un anno più tardi, ha salutato il calcio giocato. Il tutto sottovoce, davanti a pochi intimi. Davanti alla sua famiglia.

Andrea Bracco