Sand: la fuga dal River, le imprese col Lanús e i due trasferimenti in tre giorni

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Due annunci ufficiali dai rispettivi canali social, entrambi cancellati, nel giro di 72 ore. L’unica certezza intorno al futuro di José Sand era la decisione del centravanti, prossimo ai 38 anni, di lasciare il Lanús. “Non è un addio, ma un arrivederci, sono sicuro che si ritirerà al Granate” ha commentato fiducioso il suo agente, ma per ora i problemi con la dirigenza sul tema di un prolungamento di contratto per un altro anno e mezzo hanno allontanato Pepe dall’ennesima stagione a La Fortaleza. Lo aveva annunciato il Nacional, che dopo aver guardato il Peñarol festeggiare la vittoria del campionato si era messo in cerca di un attaccante, ma alla fine ha firmato con il Deportivo Cali, nuova tappa della sua lunga e movimentata carriera.
Iniziò tutto al River Plate, il club che lo vide nascere tra le fila delle proprie inferiores. Non fu un passaggio incolore: insieme ai pibes della Banda, Sand segnò 138 gol, un record che rimarrà imbattuto fino al 139esimo centro di Federico Andrada, nel 2011. Non male per uno che da ragazzino, a Corrientes, iniziò a giocare a calcio come portiere, prima che mamma Amancia gli suggerì di giocare davanti. I suoi numeri monstre nel settore giovanile non bastarono a consegnargli un chance al River fin da subito: dovette aspettare i ventitré anni per una maglia della prima squadra, senza trovare rendimento né stabilità.
La carriera di Sand doveva prendere una propria piega, necessariamente lontano da Núñez. Dal momento della sua partenza in avanti, i tifosi dei Millonarios lo fischiarono quasi sempre, ma Pepe non ebbe mai paura di ammettere che, pur senza il minimo rancore, la gratitudine verso il River Plate sarebbe solo retorica, dato che tutto ciò che aveva ottenuto se l’era guadagnato da solo.
Poco tempo dopo, visse un periodo difficilissimo: dovette dire prematuramente addio alla figlia neonata, lutto che rese assolutamente irrilevante l’anno non indimenticabile al Colón. Qualcosa però cambiò nel 2007, quando incontrò il Lanús. Entrò alla Fortaleza come un qualsiasi attaccante di Primera División, per lo più con un anno all’odiato Banfield alle spalle, e uscì come l’uomo della provvidenza: con 15 gol definì la vittoria del primo campionato della storia granate. Giocò le due stagioni migliori della sua carriera, ricevette un amore viscerale dalla tifoseria e il mondo iniziò ad accorgersi di lui.
Al suo apice, lo comprò l’Al-Ain, per farlo giocare negli Emirati. Eccetto il giorno della partita, in cui segnare gli veniva naturalmente molto più facile, la sua routine diventò particolare: si allenava sotto un caldo atroce e faticava a comunicare, perché tutti attorno a lui parlavano arabo. L’unico ispanofono era il Mago Valdivia, con cui ingannava il tempo delle lunghe giornate bevendo mate. A un certo punto decise di imparare l’inglese per integrarsi meglio nel contesto, ma si limitò all’indispensabile per la sopravvivenza e lasciò stare: il suo tempo in Medio Oriente era terminato.
Fortunatamente, ebbe l’opportunità di riprendere la propria carriera da dove l’aveva lasciata: il salto in Europa era ancora possibile e su di lui scommise il Deportivo La Coruña, con cui praticamente non mise piede in campo. Si rilanciò in Messico, luogo dove spesso rimangono i migliori del Subcontinente che non riescono a sfondare in Europa: al Tijuana si guadagnò la maglia di una grande del calcio argentino, il Racing. Pepe arrivò al Cilindro con l’aspettativa di riportare ordine nella propria carriera e tornare ai livelli del Lanús ma, anche con l’Academia, sembrava un giocatore diverso. Era evidente a tutti, Pepe per primo, che qualcosa si era rotto. Provò ad aggiustare tutto con l’aiuto di uno psicologo, ma la sua carriera continuava a colare a picco. Fallì anche al Tigre e all’Argentinos Jrs e meditò il ritiro alla vita familiare. Provò a migliorare la situazione lasciando Buenos Aires e tornando nella sua amata Corrientes, al Boca Unidos, pagando anche il prezzo della categoria. “Ha segnato Sand, adesso viene a piovere” raccontava di sentire dopo i suoi gol.
Nel frattempo, il Lanús stava conoscendo un nuovo periodo di splendore, sotto la guida di Guillermo Barros Schelotto: con il Mellizo in panchina, era arrivata la Copa Sudamericana del 2013. Sand provò più volte a proporsi per tornare in granate, conscio del fatto che i suoi problemi erano iniziati una volta lasciata la Fortaleza, ma Guille non aveva bisogno di lui: nonostante dentro al club Pepe era ancora percepito come un’istituzione, l’attuale dt del Boca gli chiuse la porta in faccia. Sand non ha mai fatto mistero di non averlo in simpatia, ma senza saperlo Barros Schelotto aveva apparecchiato tutto per il suo ritorno trionfale, mettendo le basi per il Lanús di Jorge Almirón, in cui Pepe sarebbe tornato ad essere Pepe. A 35 anni, tornò in Primera con l’Aldosivi, con addosso la fama di attaccante su cui non credeva più nessuno; e invece, quell’anno, Pepe segnò con buona continuità, guadagnandosi sul campo il ritorno al Lanús. Apparentemente finito, fu capocannoniere del secondo campionato vinto nella storia granate e legò indissolubilmente il proprio destino a quello del club.
La speranza di un’impresa in Copa Libertadores si è infranta contro il Grêmio di Luan, e i tifosi del Lanús si dovranno accontentare della magica semifinale di ritorno contro il River Plate, un tributo di Sand al suo passato e al suo presente: nessun altro avrebbe potuto rianimare il Lanús in quella manciata di secondi, con due gol quasi invisibili. José Sand ha fermato il flusso dei minuti, trasformando un primo tempo che stava finendo sullo 0-2 in un secondo tempo iniziato sul 2-2. A trentasette anni, una prestazione monumentale in una partita già chiusa, per spostare un po’ più in là il concetto di “fuori tempo massimo”.

Federico Raso