Reinaldo Rueda: al Cile per costruire una nuova ‘Generación Dorada’

Rueda

Reinaldo Rueda è stato nominato qualche giorno fa nuovo commissario tecnico del Cile, una delle nazionali più indecifrabili del momento. Sì, indecifrabile è il termine giusto, soprattutto considerando il modo in cui la Roja ha fallito l’accesso a Russia 2018. Nessuno si sarebbe aspettato che i bicampioni del continente rimanessero fuori dal Mondiale, e così a pagare è stato l’ormai ex ct Juan Antonio Pizzi.

Rueda arriva a Santiago con l’etichetta di santone appiccicata addosso, perché, e questa è storia, ogni volta che il dt colombiano ha allenato una nazionale, i risultati sono puntualmente arrivati. L’obiettivo da centrare è stato fallito solo nella prima esperienza con la sua Colombia, quando per un solo punto non qualificò i Cafeteros a Germania 2006. Un risultato pesante, preso però da Rueda come stimolo per dare una svolta alla propria carriera.

Rueda è nato nel 1957 a Valle del Cauca, vicino Cali, e alla sua terra è ancora molto legato: le sue origini lo rendono orgoglioso, tanto da rimarcarle spesso nelle interviste. Sin da ragazzino la voglia di sapere e di imparare fu un impulso quasi incontrollabile, e per questo, dopo essersi laureato in educazione fisica alla Universidad del Valle, Rueda decise di trasferirsi in Germania per studiare alla Deutsche Spothochschue, unico ateneo riconosciuto dalla FIFA dal quale anni prima passò anche Rinus Michels. A Colonia si laureò per una seconda volta e imparò perfettamente il tedesco, ma soprattutto decise definitivamente di voler fare l’allenatore. Tornato in patria, Rueda frequentò la scuola per allenatori e per qualche anno si mise anche gli scarpini da calcio, militando però sempre nelle divisioni inferiori.

La svolta da dt arrivò nel 2006, quando a sorpresa venne ingaggiato dalla federazione honduregna con il preciso compito di riportare la Bicolor al Mondiale. El Profesor trovò alcuni giovani interessanti, una sola stella (David Suazo) e tanto lavoro da compiere. Il primo anno fu interamente dedicato alla costruzione del gruppo. Nel girone di qualificazione a Sudafrica 2010 però l’Honduras ben figurò con Messico, USA e Costarica, e si qualificò al Mondiale. Queste prestazioni non passarono inosservate, tanto che nel 2009 Rueda venne eletto come miglior allenatore colombiano e personaggio dell’anno in Honduras, paese del quale divenne anche cittadino onorario qualche mese più tardi.

Il calcio di Rueda è semplice solo all’apparenza, ma in realtà richiede molta applicazione. Per questo sotto le sue gestioni a mettersi in evidenza sono stati spesso giocatori di sacrificio. All’Atlético Nacional, penultima sfida del dt dopo aver lasciato la panchina dell’Ecuador, Sebastián Pérez e Abel Aguilar erano due delle stelle di quella squadra che vinse la Copa Libertadores nel 2015. Una squadra fortissima ereditata da un altro grande calcio cafetero, Juan Carlos Osorio, col quale Rueda condivide la stessa discendenza calcistica legata al Pacho Maturana.

Possesso palla e pressing alto sono le sue idee principali, ma ciò che ha sempre sorpreso è l’intensità di gioco tenuta dalle sue squadre, un fattore che negli anni ha portato Rueda a diventare motivo di studio da parte di colleghi più illustri come Vicente Del Bosque. Il suo Flamengo, battuto solo in finale di Copa Sudamericana, è stato un esempio di calcio bello ed efficace. Questo è anche ciò di cui ha bisogno il Cile, nazionale in fase di ricostruzione dopo l’era della Generación Dorada ormai arrivata al termine.

Una sfida importante, per la quale serviranno idee e tanto lavoro. L’ideale per Reinaldo Rueda.

Andrea Bracco