Pumas contro América, gli studenti contro i ricchi: la storia del ‘Derbi Capitalino’

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Non sempre rompere una tradizione è una cosa negativa. Per la prima volta dopo quindici anni, infatti, il Club América raggiungerà l’Estadio Olímpico Universitario, casa dei Pumas, senza essere costretto a effettuare l’intero tragitto da Coapa al Pedregal a bordo di veicoli blindati per motivi di sicurezza. Anche se non riscuote a livello planetario lo stesso fascino del Clásico Nacional, né tantomeno l’importanza rivestita negli ultimi anni da quello Regiomontano, infatti, il Derbi Capitalino è forse quello più sentito, acceso e pericoloso del Messico. Garantisce Cuauhtémoc Blanco, mica uno qualunque: “Si, chiaro, ce lo inculcano sin dalle giovanili: non si può perdere con i Pumas. Ovvio, con las Chivas anche è un ‘Clásico’, ma se c’è una partita da non perdere, quella è con i Pumas“.

La scintilla scattò alla fine degli Anni ’50. All’epoca alcuni giocatori del Club América erano anche studenti della UNAM, uno degli atenei più prestigiosi dell’America Latina, che da qualche tempo aveva deciso di fare le cose sul serio anche nel calcio. A finire al centro della contesa, inevitabilmente, furono i giocatori in possesso di questo doppio status: in sostanza, la UNAM li reclamava per sé, chiedendo alle Aquile di lasciarli liberi. Ma il Club América su questo punto proprio non ci sentiva: “Non accettarono mai, si negarono sempre. Da questo nacque la rivalità“, ha ricordato Guillermo Vázquez Mejía, uno di loro, in un’intervista a Soccermania.

D’altronde, per storia, tradizione, e filosofia non poteva essere altrimenti. Per la stampa, sempre pronta a cavalcare con sarcasmo questo genere di cose, fu da subito la sfida della cantera contro la cartera: da una parte i grandi fuoriclasse stranieri e la ricchezza americanista degli Azcárraga Milmo, proprietari di Televisa, la più grande emittente dell’America Latina; dall’altra, invece, l’identità studentesca rappresentata da un puma ruggente disegnato sulle maglie probabilmente più singolari del mondo, il culto del settore giovanile e lo spirito universitario del “Por mi raza hablará el espíritu“, come recita il motto dell’ateneo preso in prestito dall’intellettuale José Vasconcelos.

E nel 1962 a dare il benvenuto agli Auriazules, appena promossi in prima divisione, furono proprio le Millonetas. Per l’occasione Javier Ortiz Tirado, l’allora presidente della UNAM, pensò di stimolare ulteriormente i Felinos, promettendo loro in caso di vittoria il doppio del tradizionale premio partita in monete d’oro. Ma servì a poco: l’América era ancora troppo forte e vinse 2-0.

Nonostante i sussulti e l’agitazione provocata dal turbolento trasferimento del leggendario Enrique Borja, passato dai Pumas a las Aguilas come se fosse un “sacco di patate“, solo negli Anni ’80, quando cioè il Clásico Capitalino smise di essere soltanto un regolamento di conti tra chilangos (come sono conosciuti gli abitanti di Città del Messico), diventando una partita con vista privilegiata sul titolo, la rivalità finì per esplodere tra sviste arbitrali, sospetti di tradimenti e vendette consumate. Ancora oggi, infatti, non si sono placate le polemiche relative all’arbitraggio di Joaquín Urrea, accusato dai Pumas di aver deliberatamente favorito l’América nello spareggio della finale del 1985. Su quella gara, vinta 3-1 dagli Azulcremas, e passata alla storia come “La noche triste de Querétaro“, si si accanì José Ramón Fernández, storico giornalista sportivo messicano e convinto antiamericanista, oltre che l’attenzione di un po’ tutti i media. Anche quelli generalisti: La Jornada, uno dei più popolari quotidiani messicani, ad esempio, sentì il bisogno di dedicarle addirittura un’inchiesta, dimostrando alla fine come l’arbitro dell’incontro incriminato sarebbe dovuto essere un altro.

L’occasione per un pronto riscatto felino si presentò nel 1988. Ma, complice una serie di papere di Adolfo Ríos, che i tifosi aurizules non hanno mai perdonato, i Pumas dovettero attendere altri tre anni e il “Tucazo” per prendersi la rivincita. Si, perché fu proprio Ricardo Ferretti, l’attuale allenatore dei Tigres, l’eroe di quel giorno. Il Tuca scelse il modo migliore per ripagare la fiducia di Miguel Mejía Barón, l’allenatore che l’aveva rivoluto a tutti i costi nonostante le diffidenze della piazza legate alla sua età: con una punizione memorabile ribaltò la sconfitta dell’andata all’Azteca e regalò ai Pumas il terzo titolo della loro storia, a distanza di dieci anni dall’ultimo.

Ma da quel giorno le cose sono cambiate e le gerarchie sono tornate quelle di sempre. Negli ultimi anni, segnati dal dominio quasi monotono del Club América, oltre alle sconfitte l’ afición universitaria è stata costretta a sopportare le prese in giro azulcremas. Alcune anche piuttosto umilianti: ad esempio, nel 2011, dopo aver realizzato una rete nel derbi, Ángel Reyna cercava un modo per provocare i tifosi aurizules: e allora prese spunto da un altro americanista, Germán Villa, facendo oscillare le braccia come un pendolo per prepararsi a un “goya“, il tradizionale grido-rito di battaglia dei Pumas inventato da uno studente negli Anni ’40.

Adesso per la UNAM, partita fortissimo in questo Clausura grazie a un Nico Castillo in grande forma, i tempi sembrano essere maturi per lasciarsi alle spalle il tabù del derbi, tornando a vincerne uno a oltre due anni di distanza dall’ultima volta. Ma state tranquilli: semmai dovesse succedere, almeno stavolta nessuno dovrebbe emulare Abraham Nava e lo show del cowboy saltellante esibito per prendere in giro gli americanisti dopo il “Tucazo“.

Vincenzo Lacerenza