La fine dell’era di Juan Carlos Osorio

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Si vociferava già da diverso tempo e alla fine è arrivata l’ufficialità: Juan Carlos Osorio non è più l’allenatore del Messico. Secondo i ben informati, alla base della scelta dell’allenatore colombiano di non prolungare il contratto con la FEMEXFUT, nonostante la corte serrata del direttore generale Guillermo Cantú, non ci sarebbero le critiche piovute per le tanto vituperate “rotaciónes”, né tantomeno la frustrazione per non essere riuscito a infrangere in Russia la maledizione del quinto partido, ma motivazioni di carattere strettamente personale: almeno stando a quanto riportato da David Medrano, volto popolare del giornalismo sportivo messicano, la famiglia di Osorio sarebbe stanca di vivere a Città del Messico, preferendo migrare verso altri lidi.

Arrivato nell’ottobre del 2015 per prendere il posto del Piojo Herrera, finito nella lista degli impresentabili dopo aver picchiato un giornalista poco accomodante all’aeroporto di Philadelphia, il “Recreacionista“, come lo chiamano per via di una predilezione a fare lavorare i propri uomini quasi esclusivamente con la palla (tanto che ai giocatori sembra di stare sempre a ricreazione), ha lasciato un’impronta indelebile sul Tri, trasformando le critiche in elogi sperticati dopo la vittoria con la Germania nel debutto iridato e aiutando il Messico a scrollarsi di dosso diversi fantasmi del passato: dopo aver sfatato il mito del Dos a Cero, compiendo la missione di battere gli Stati Uniti in trasferta dopo 44 di astinenza, in un momento politicamente particolarmente significativo, a pochi giorni di distanza dal trionfo elettorale di Donald Trump, alla guida del colombiano il Messico ha monopolizzato le qualificazioni CONCACAF, volando in Russia dopo aver chiuso al primo posto l’Hexagonal come non succedeva dal 1998.

Quello di Osorio però, è stato tutt’altro che un regno sereno e tranquillo. Anzi, sono stati diversi i passaggi a vuoto, le turbolenze e i momenti da dimenticare, come il 7-0 rimediato dal Cile nella Copa América Centenario, o la prematura eliminazione maturata nell’ultima Gold Cup, con cui ha dovuto fare i conti, assumendosene spesso tutte le responsabilità di fronte ai mugugni di stampa i tifosi, sempre pronti a chiederne la testa: “Credo che quella partita fu un incidente da cui ho appreso molto. Venivamo da una serie impressionante di partite vinte, ma il calcio è imprevedibile. Abbiamo sofferto molto quel giorno ed io stesso ho versato parecchie lacrime”.

Reputato da tutti il principale colpevole della disfatta assieme ai legionari (i giocatori militanti all’estero), accusati di tenere molto ai soldi e poco alla camiseta, Osorio meditò di rassegnare le proprie dimissioni, ma per fortuna furono i giocatori a fargli cambiare idea, spendendosi anche con la federazione affinché non venisse esonerato. È stata la scelta giusta. Quasi due anni dopo, dopo aver messo in vetrina gioielli come Lozano, Álvarez e Gallardo, impressionando il mondo con la vittoria sulla Germania campione in carica (altrò tabù spezzato), quella partita era già finita nel dimenticatoio: “Oggi nessuno si ricorda più del 7-0 col Cile”, ha dichiarato con un bel sorriso cucito sul volto “Memo” Ochoa. Merito soprattutto di Osorio, un allenatore difficile da sostituire, anche se durante il suo regno la bacheca è rimasta a dieta e il sogno di approdare al quinto partido si è infranto inesorabilmente sul Brasile di Neymar. Intanto impazza il totoallenatore. In molti adesso sognano di vedere il Pelado Almeyda, appena congedatosi dalle Chivas, sulla panchina del Tri, ma il principale indiziato per proseguire l’opera del colombiano sembra essere il “Tuca” Ferretti. Sarebbe un déjà-vu: l’iconico allenatore dei Tigres ha già allenato il Tri in due parentesi, la prima nel 1993, e la seconda, ad interim, nel 2015.

Vincenzo Lacerenza