Il Memo Ochoa: il primo portiere messicano d’Europa

ochoa

Guillermo Ochoa è finalmente pronto a sbarcare in Italia. Ma il Napoli non è stato il primo club italiano a interessarsi seriamente al portiere messicano. Più volte, in passato, Memo ha flirtato con la Serie A, ma in un modo o nell’altro questa eventualità non si è mai tradotta in realtà.

Alla vigilia del Mondiale sudafricano, nel 2010, a manifestare l’interesse più concreto di tutti fu il Milan. I dirigenti rossoneri lo avevano monitorato con attenzione ed erano pronti ad imbastire una trattativa vera e propria con il Club América, ma la scelta dell’allenatore Javier Aguirre di preferirgli l’esperienza del Conejo Pérez fece calare di colpo le sue quotazioni, spingendo i rossoneri a virare su altri obiettivi: “Giocai tutte le partite della fase eliminatoria e quando arrivò il Mondiale pensavo di essere titolare. Ancora oggi non capisco i motivi di quell’esclusione che mi provocò tanto dolore.”

Sbocciato nelle giovanili delle Águilas, dove aveva cominciato a giocare da attaccante, fu l’olandese Leo Beenhakker a farlo debuttare nel 2004 in una gara casalinga col Monterrey. La sorte, già da allora, era dalla sua parte: a spalancargli le porte dell’Azteca, infatti, fu l’infortunio del portiere titolare Adolfo Ríos. La sua è stata un’escalation tutto sommato rapida e costante, anche se comunque turbolenta e lastricata di ostacoli. Tre anni, più tardi, Memo finiva già nella lista dei 30 candidati al Pallone d’Oro stilata da France Football (unico messicano di sempre) e riceveva le parole piene di stima e affetto di Diego Armando Maradona, rimasto stregato dalle sue abilità durante la memorabile finale di Copa Sudamericana persa dagli azulcremas con l’Arsenal di Sarandí del Papu Gómez: “es un arquerazo“.

Il grande e tanto atteso salto in Europa sarebbe arrivato nel 2011, nonostante gli avvenimenti ancora una volta  avessero congiurato per sabotarlo. Uno scandalo di doping scoppiato in seno al Tricolor non solo gli aveva impedito di partecipare alla Gold Cup, che poi il Messico del Piojo Herrera avrebbe conquistato senza di lui, ma ne aveva compromesso il trasferimento ai francesi del PSG, spaventati dal timore di una lunga squalifica: per sua fortuna l’Ajaccio, invece, non si pose questi problemi, ingaggiandolo senza pensarci su due volte e facendolo diventare il primo portiere messicano a giocare in Europa. Nonostante prestazioni di buon livello e annate tutto sommate positive alla vigilia del Mondiale brasiliano si ritrovò svincolato e con un futuro più incerto che mai. Al Mondiale, il suo habitat prediletto, la questione l’avrebbero risolta le sue prodezze, compresa una parata irreale su un colpo di testa di Neymar nella seconda gara della fase a gruppi, procurandogli diverse offerte in giro per l’Europa. La spuntò il Málaga, ma quella per Ochoa si rivelò la scelta peggiore possibile: scarsamente considerato dall’allenatore Javi Gracia, che gli preferiva il camerunese Carlos Kameni, giocò poche partite da titolare, debuttando un anno e mezzo dopo il suo arrivo e chiedendo a fine stagione la cessione al Granada. Da li, un anno più tardi, sarebbe volato ai belgi dello Standard Liegi, seguendo le orme del totem Carlos Hermosillo, volato in Belgio nel 1980, salvo poi fare marcia indietro dopo appena un anno: “Andare allo Standard è un passo indietro per la sua carriera“, lo criticò senza mezzi termini il massimo cannoniere di tutti i tempi del Cruz Azul.

Il tempo gli avrebbe dato torto: con l’8 sulle spalle, scelto per un simpatico gioco di assonanze col suo cognome al posto del tradizionale 13 (giorno del suo debutto), allo Standard 8a, come si fa chiamare sui social, è tornato a essere un portiere affidabile e molto appariscente, tanto da suggerire alla società di dotarsi un ochoametro, uno strumento pensato apposta per misurare la bontà delle sue prestazioni. Nell’ultimo campionato, concluso alle spalle del Club Bruges, ad esempio, l’ochoametro ha contato oltre cento parate di Memo, ma a Napoli si augurano possano bastarne anche meno per raggiungere lo Scudetto.

Vincenzo Lacerenza