Mondiale 2026: c’è il Messico ma niente finale all’Azteca

Mondiale 2026

Messico, Stati Uniti e Canada. Alla fine è questa la formula magica in vista del Mondiale 2026: le tre federazioni appartenenti alla Concacaf organizzeranno la prima Coppa del Mondo dislocata su tre Paesi differenti, scrivendo a loro modo un nuovo pezzo di storia del calcio.

Il verdetto, già nell’aria da tempo, è arrivato dopo una giornata di votazioni nella quale il “triumvirato” – come lo ha definito il portale web messicano Mediotiempo – ha scalzato la concorrenza del Marocco, battendolo con quasi il doppio dei voti. Un risultato storico, che purtroppo per gli amanti del calcio sudamericano precluderà probabilmente il grande sogno di vedere il Mondiale 2030, quello del centenario, organizzato in collaborazione tra Argentina e Uruguay.

Poco male, perché Messico, alla sua terza esperienza da paese organizzatore, e Stati Uniti (seconda) hanno sempre portato fortuna alle selezioni del subcontinente. Nel 1970 fu il Brasile di Pelé ad alzare l’allora Coppa Rimet al cielo dell’Estadio Azteca di Città del Messico, battendo in finale l’Italia con un 4-1 maturato davanti a quasi 108 mila spettatori. A causa della rinuncia della Colombia, devastata dai problemi interni legati alla lotta tra governo e narcotraffico, il Messico tornò a organizzare un Mondiale solo sedici anni più tardi. A vincerlo fu l’Argentina di Diego Maradona, che in finale regolò 3-2 la Germania Ovest dopo una cavalcata straordinaria, che ebbe la sua massima espressione nel quarto contro l’Inghilterra, quando Maradona segnò prima di mano (la celebre “Mano de Dios”) e poi seminando l’intera squadra avversaria con un’azione palla al piede conclusa dal dribbling vincente su Peter Shilton. Il teatro della partita fu ancora una volta l’Azteca, che però nel 2026 molto probabilmente non ospiterà la finale, visto che la maggioranza degli stadi scelti per giocare la manifestazione si trova negli Stati Uniti.

Già, proprio gli USA, protagonisti otto anni dopo in un Mondiale che per l’Italia si trasformò in tragedia sportiva, quando sotto il sole cocente del mezzogiorno californiano prima il caldo e poi il Brasile, ai calci di rigore, distrussero i nostri sogni di gloria. L’edizione americana verrà ricordata anche come la prima vera Coppa del Mondo organizzata in maniera quasi perfetta: la federazione statunitense, appena uscita dal fallimento della gestione della decade precedente, regalò al mondo intero una visione ambiziosa degli USA, mostrando come in ambito calcistico fosse possibile portare avanti un progetto sportivo e uno manageriale, abbinandoli perfettamente. Il calcio americano è cresciuto ulteriormente negli ultimi anni: la MLS è diventato uno dei campionati di punta, fino a insediarsi nella top ten mondiale e, nei prossimi tre anni, vedrà schierarsi ai nastri di partenza diverse nuove franchigie.

Tre, come le città canadesi candidate a ospitare qualche appuntamento del Mondiale 2026: Edmonton, Montreal e Toronto possiedono impianti modernie, soprattutto le ultime due, negli ultimi anni hanno goduto della vetrina concessa loro dalla MLS. Il Canada, calcisticamente, è ancora abbastanza indietro: negli ultimi anni la nazionale ha fatto qualche passo avanti grazie allo spagnolo Benito Floro, chiamato nel 2013 per provare a dare il tanto atteso cambio generazionale alla squadra. L’avventura di Floro sulla panchina dei Canucks è durata tre anni, con in mezzo due partecipazioni alla Gold Cup abbastanza deludenti. Dopo Octavio Zambrano, durato in carica meno  di dieci mesi, la federazione è andata su John Herdman, manager inglese subentrato nel gennaio scorso, il cui compito sarà quello di preparare il Canada sul lungo periodo. L’obiettivo è arrivare al 2026 preparati, a quarant’anni dall’unica partecipazione a un Mondiale: guarda caso, proprio l’ultimo organizzato dal Messico.

Andrea Bracco