Diego Laxalt e gli uruguaiani del Milan

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Dopo l’acquisto di Gonzalo Higuaín, il Milan mette a segno un altro colpo sudamericano, vestendo di rossonero Diego Laxalt. L’esterno, reduce da un buon Mondiale in Russia con la sua Celeste, è ormai una garanzia di rendimento nella classe media del nostro campionato: riuscirà ad adattarsi al meglio a un contesto così ambizioso? Comunque vada a finire, Laxalt si aggiungerà alla lista degli uruguaiani che in più di un secolo di storia hanno indossato la maglia del Milan.

Quando si parla di Milan e di Uruguay si parla di Juan Alberto Schiaffino. “Pepe” aveva trascorso un’intera carriera al Peñarol, quando a 29 anni venne portato in Italia dal nuovo presidente rossonero Rizzoli. Tutti lo ricordano per aver giocato la partita del secolo nel 1950, ma fu il Mondiale successivo, giocato in Svizzera e perso in semifinale contro l’Ungheria, a convincere la dirigenza milanista a puntare su di lui. Se Galeano lo immaginava sulla torre più alta dello stadio, per motivare una visione di gioco irreale, Gianni Brera gli attribuiva due torce elettriche al posto dei piedi: da regista del Milan, Schiaffino giocò 149 partite, vinse tre campionati e perse una finale di Coppa dei Campioni, nel 1958, all’Heysel, contro il Real Madrid di Di Stéfano e Puskas, troppo intento a scrivere la pagina più importante della storia del club per regalare questa consacrazione a un dei più importanti giocatori della storia d’Uruguay. Nel 1960, ormai in declino, andò alla Roma, dove raggiunse un compagno di mille battaglie, Alcides Ghiggia. Anche l’uomo che fece piangere una nazione con il suo gol al Maracanzo aveva proseguito la propria carriera in Italia, ai giallorossi, dove rimase per più di 200 partite: giocò una sola stagione con Pepe, e poi fece il suo percorso inverso, indossando per soli quattro incontri la maglia rossonera. Esperienza breve anche per Óscar Washinghton Tabárez, che nel 1996 fu il successore di Fabio Capello, passato al Real Madrid, sulla panchina rossonera. Il Maestro dovette gestire la stessa rosa che l’anno precedente si era laureata Campione d’Italia, ma qualcosa andò storto: perse la Supercoppa contro la Fiorentina e all’undicesima giornata, dopo l’ennesima sconfitta, venne esonerato per far spazio al ritorno di Arrigo Sacchi.

Con successi alterni, tre leggende della storia della Celeste. Negli ultimi anni, invece, le prese sudamericane del Milan si sono rivelate autentiche meteore: è il caso di Mathias Cardacio e Tabaré Viudez, prelevati rispettivamente da Nacional e Defensor Sporting nella stagione 2008-09, su consiglio del loro procuratore Daniel Fonseca. Il primo era un centrocampista ventunenne che dichiarò di ispirarsi a Pirlo, ma giocò soltanto 48 minuti in maglia rossonera prima di vagare per il globo tra Banfield, Atlante, Asteras Tripolis, Colo-Colo, Dorados de Sinaloa e altre squadre. Oggi gioca in Uruguay, al Defensor Sporting. Il Demonio, invece, si vide in campo per soli 55 secondi contro il Barça nella finale del Mondiale per Club. Poi Messico, Turchia e ancora Uruguay, fino al 2015, quando Marcelo Gallardo, che proprio sull’altra sponda del Rio de la Plata aveva dato l’addio al calcio, decise di chiamarlo al River Plate. Arrivò appena in tempo per giocare la semifinale di ritorno di Libertadores contro il Guaranì, e servire l’assist per il gol di Alario, che avrebbe portato la Banda in finale. Anche lui diede il proprio contributo al River Campione d’America.

Federico Raso