Il lato nascosto del Clásico di Lima

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Residue speranze di titolo contro la ricerca disperata di punti salvezza. Sono queste le premesse con le quali Alianza e Universitario si preparano ad affrontare il Superclásico del fútbol peruano numero 361. In campo si affrontano la squadra di Bengoechea, che nonostante mille difficoltà ha ancora la possibilità di riagganciare lo Sporting Cristal, e quella di Nicolas Córdova, dt cileno chiamato al capezzale di una U disperata, costretta a fare i conti con il blocco del mercato per motivi economici e quindi costretta a puntare tutto sui ragazzi provenienti dal vivaio.

Ma il derby, si sa, non è una partita come le altre. Non a Lima, dove la rivalità centenaria tra queste due realtà ha origini lontane, sociali, ma soprattutto presenta differenze molto profonde. Da una parte c’è la metà aristocratica della capitale rappresentata dalla Crema, società nata nel 1924 da un manipolo di studenti della Universidad Nacional Mayor de San Marcos, che raccoglieva principalmente accademici alla ricerca di uno sport da praticare. Più in generale, il target rappresentato in origine dall’Universitario era composto dalla borghesia. Tutto il contrario dell’Alianza, la cui storia cominciò ben prima, all’inizio del secolo scorso, quando l’allora Presidente della Repubblica Leguía, affascinato da questo sport importato dall’Europa, decise di mettere insieme un club. Negli anni l’Alianza è diventata un punto di riferimento soprattutto per la gente delle periferie, in quanto la società dava spazio anche ai giocatori di colore, cosa che alla U non accadeva quasi mai. Da questa particolarità deriva anche il soprannome Grones, acronimo di Negros, inventato dai tifosi dell’Universitario in segno di disprezzo e, in seguito, adottato dai supporter alianzisti.

Inutile dire quanto i clásicos in città siano molto sentiti, talmente sentiti che molto spesso non finiscono mai in parità numerica. Nel 1928, all’Estadio Nacional, si giocò una partita passata alla storia come il Clásico de los bastonazos: dopo il gol segnato da Pacheco per la U, l’Alianza cominciò una vera e propria caccia all’uomo, tanto che l’arbitro dovette sospendere la partita prima del previsto perché i Grones rimasero in sei. Sulle tribune dello stadio scoppiarono violentissimi tafferugli, con le due tifoserie che si sfidarono a colpi di bastone dopo che Fidelio García, giocatore alianzista, provocò la rappresentanza rivale con alcuni gestacci. Solo un intervento della polizia, durato diverse ore, riuscì a riportare la calma: “Scene vergognose, un insulto allo sport” si leggerà il mattino dopo sulla prima pagina de La Crónica, uno dei quotidiani più famosi del paese.

Ma questo fu nulla in confronto all’episodio del 1949, quando l’arbitro Fernando Alvizuri espulse ben dieci giocatori dell’Alianza, cinque dei quali finirono anche in commissariato, arrestati per aver aggredito a calci e pugni la terna arbitrale. Il motivo? Un rigore dapprima assegnato e poi tolto a causa delle proteste dei giocatori della U, bravi a convincere Alvizuri che il fallo fosse stato commesso fuori area. Fu una giornata tristemente memorabile, come raccontò El Veco Lafferranderie, giornalista di Buenos Días: «Ho assistito a uno degli arbitraggi peggiori di sempre, ma ciò che mi ha più disgustato è il fatto che nessun giocatore abbia avuto rispetto dei 30000 presenti all’Estadio Nacional».

Eppure il Clásico limeño non è solo botte e violenza. Alianza-Universitario è anche una delle partite più sentite, importanti e storiche del continente, un match che negli anni ha visto sfidarsi campioni del calibro di Téofilo Cubillas, Lolo Fernández, Alejandro Villanueva fino ai più recenti Norberto Solano, Claudio Pizarro, Paolo Guerrero e Jefferson Farfán.

Oggi, invece, i tifosi alianzisti applaudono le giocate di Alejandro Hohberg e i gol di Mauricio Affonso, mentre sulla sponda rivale sperano in un impiego di Juan Manuel Vargas, uno dei leader di un Universitario che ha perso sette degli ultimi dieci clásicos.

Andrea Bracco