LDU Quito-Aucas: il “vero” Clásico di Quito che non verrà trasmesso in televisione

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Diffidare dalle imitazioni. Per quanto sia inevitabile, in un campionato dove sette squadre su dodici vengono dalle due città principali, che il marketing faccia nascere rivalità artificiali, gli appassionati non hanno dubbi: la sfida tra LDU Quito e Aucas è l’autentico Superclásico della capitale ecuadoriana, il derby più importante del paese dopo il Clásico del Astillero.

La sfida di domenica, 159° incontro ufficiale tra Albos ed Equipo Oriental, avrà un sapore vintage: non potendo guardare la gara in televisione, dopo che la giustizia ordinaria ha dichiarato nullo il contratto tra la federazione e GolTV, ai tifosi non resterà che sintonizzarsi sulle frequenze di Radio Quito e Radio Platinum o recarsi alla Casa Blanca per assistere alla partita dal vivo.

Tutto, o quasi, come nel febbraio del 1945, data di nascita del Clásico, quando un campionato nazionale ancora non esisteva e a sfidarsi per un posto nella massima serie della provincia del Pichincha erano la Liga Deportiva Universitaria, squadra degli studenti arrivata ultima nel torneo precedente, e l’Aucas, club appena nato per iniziativa di un dirigente della Shell, da cui eredita i colori sociali, ma non il nome, che riprende quello di un popolo indigeno della regione amazzonica.

Dopo una prima gara finita 1-1, si decise per un secondo incontro, con un arbitro proveniente da Guayaquil, che però era sul 2-2 al termine dei tempi regolamentari; si proseguì quindi con due tempi supplementari, questa volta con un direttore di gara locale, ma i dipendenti della multinazionale olandese, scelti tra le migliori squadre dei dintorni, non riuscirono ad avere la meglio degli universitari. Per non scontentare nessuno, vennero ammesse entrambe le squadre.

Nato tra tarallucci e vino, il Clásico non cessa per questo di attirare il pubblico delle grandi occasioni: risale al 1973 l’episodio più celebre, il Clásico de la Neblina, quando per una partita serale di Segunda Categoria si presentarono in 50.000 all’Olímpico Atahualpa, 42.400 pagando il biglietto, gli altri sfondando le porte, tutti quanti a guardare un banco di nebbia dentro il quale la LDU Quito trionfò per 3-1. Pochi giorni dopo, nello stesso stadio, partite di Primera attirarono meno della metà degli spettatori.

Da allora le cose sono cambiate: la Liga, la squadra di avvocati, medici e professionisti, della buona borghesia della capitale, è diventata una presenza stabile nei trofei internazionali, mentre l’Aucas, squadra del popolo per definizione, senza trofei da vantare nell’epoca del professionismo, si accontenta di fare la spola, seguita dal suo pubblico fedele, tra A e B, quasi un sollievo dopo gli otto anni passati lontano dalla massima serie tra 2006 e 2014.

Lontano ricordo, ormai, anche il 5-1 inflitto alla U nel 2004, quando nell’Indio militavano giocatori come René Higuita e il Tín Delgado. L’Idolo deve sopravvivere con un budget che è quasi un terzo di quello dei rivali (4 milioni di dollari contro 11,2): c’è chi può permettersi Hernán Barcos e chi deve accontentarsi del terzino-pittore Byron Mina e dell’ex Empoli Federico Laurito.

Sempre domenica, per la quarta giornata della Primera Etapa, il Delfín riceve il Barcelona: partita dal significato particolare per il Cetáceo, da scoprire nella prossima, imperdibile uscita di Tre3Uno3.

Marco Maioli