Jeffrén: il gol della ‘manita’, i problemi col Venezuela e la fine di un sogno

Jeffrén

Il Real Madrid stava vivendo gli ultimi attimi di un incubo. Per novantuno minuti, l’idea di calcio di Guardiola aveva travolto i blancos, con una forza superiore e una natura differente. Il Barcellona vinceva 4-0, quando Bojan Krkic salì sulla destra, guidando l’ultima offensiva: servì un pallone basso al centro dell’area e, dal lato sinistro, con uno di quei movimenti che al Barça impari appena arrivi, sbucò Jeffrén con un taglio dietro Sergio Ramos per il 5-0 finale. Dalle tribune del Camp Nou si sollevarono quattro pareti di palmi aperti: la manita del 29 novembre 2010 fu forse la massima espressione della manifesta superiorità blaugrana sul Real Madrid negli anni del gioco di posizione, e sicuramente, il punto più alto della carriera di Jeffrén Suárez.

Il Barça entrò nella sua vita piuttosto presto, come da costume blaugrana, ma Barcellona fu solo il punto d’arrivo di un viaggio iniziato a Ciudad Bolívar, in Venezuela. Jeffrén nacque nel 1988 sulle rive dell’Orinoco, nell’immensa regione naturale della Guayana, dove trascorse un anno di vita, prima che la sua famiglia decidesse di attraversare l’Oceano e stabilirsi a Tenerife. Crebbe da canario, anche calcisticamente: il suo talento emerse proprio nelle divisioni inferiori del Tenerife, ma quando le persone giuste si accorsero di lui, si spalancarono le porte della Masía. Era il 2004 e a Barcellona stava nascendo qualcosa di grande: Frank Rijkaard avrebbe conquistato nel giro di pochi mesi i suoi primi trofei, mentre dalla cantera stava nascendo il Barça più forte di sempre. In quell’anno l’allenatore del Barça B era l’argentino Guillermo Hoyos, che su Jeffrén decise di puntare forte: fu il suo primo maestro, ma tutto cambiò con l’incontro con Josep Guardiola. Gli insegnamenti in quel preziosissimo anno nella seconda squadra blaugrana, coronato con la vittoria della terza divisione, formarono un nucleo che Pep avrebbe portato con sé nella sua rivoluzione: Sergi Busquets, Pedro e Thiago Alcántara avrebbero raccolto un successo enorme anche in prima squadra, mentre giocatori come Víctor Vázquez e lo stesso Jeffrén si sarebbero ritagliati un posto da comprimari. Nel frattempo, però, arrivò anche il debutto in prima squadra: cinque minuti in Copa del Rey, rilevando Javier Saviola contro il Badalona. Nello spogliatoio dei grandi, ricevette i consigli di Thierry Henry. Lo ascoltò sempre, come ascoltò sempre Guardiola, tranne in un’occasione: la sera del clásico della manita, quando Pep gli disse di entrare per divertirsi, lui entrò in campo per segnare, e ci riuscì.

Nel 2011, la sua epoca blaugrana finì. Molti giornali lo intervistarono per capire come se la stesse passando l’uomo della manita, presentandolo come l’esempio vivente che esiste una vita dopo il Barça, ma spesso e volentieri è un po’ tormentata. Venne scelto dallo Sporting, ma non regalò prestazioni indimenticabili, complici anche alcuni infortuni. Vestì la maglia numero 7, alimentando la leggenda che tutti i giocatori passati a Lisbona con quel numero dopo Luís Figo fossero destinati a un’esperienza deludente.

Ancora oggi, Jeffrén preferisce non parlare di quel periodo. Dopo lo Sporting venne il Valladolid, poi un cambio drastico: scese nella seconda divisione belga, al K.A.S. Eupen, e fece parte della squadra che conquistò la promozione nella massima serie. Immerso nei contesti più lontani dal Barça di Guardiola che è possibile immaginare, Jeffrén vive tutt’ora la propria maturità calcistica con la consapevolezza che i ricordi degli anni in blaugrana devono rimanere nel passato. La fine del periodo spagnolo lo convinse ad entrare nel giro della nazionale venezuelana, un treno che avrebbe potuto prendere ben dieci anni prima, quando il ct Richard Páez provò a farlo debuttare nella Vinotinto dopo una trafila vincente nelle categorie inferiori della nazionale spagnola. In quel momento Jeffrén, all’apice delle aspettative, decise di rimanere alla finestra per una maglia roja, sperando di giocare per il Paese che lo aveva cresciuto. Quando la possibilità di seguire Xavi e Iniesta anche in nazionale sfumò, Páez ritirò l’offerta di un posto nella selezione criolla, infiammando l’ira dell’esterno canterano. L’opinione pubblica venezuelana non fu tenera con Jeffrén, accusato di non dare alcuna importanza alla Patria, ma che con il passare degli anni ammise di voler convincere il suo popolo a cambiare idea sul suo conto. Nel 2015 debuttò in un’amichevole contro Panama, agli ordini di Noel Sanvicente. Con Rafael Dudamel sfiorò addirittura la convocazione alla Copa América Centenario, complice un infortunio di Mario Rondón, ma a sorpresa il ct della Vinotinto portò con sé negli Usa Yonathan Del Valle. Con sole cinque partite disputate in nazionale, pur essendo il primo venezuelano della storia ad aver vinto Champions League e Mondiale per Club, Jeffrén è ancora molto lontano dal proprio obiettivo. Da quest’anno gioca al Grasshoppers, in Svizzera, e sembra aver trovato l’equilibrio in un contesto del tutto diverso: da comparsa nel club più grande del mondo a stella di una squadra svizzera. La vita dopo il Barça esiste, ma riserva mille sorprese.

Federico Raso