Storie da Libertadores: la donazione di Ignacio González e le follie di Maximiliano Freitas

Freitas

Un protagonista mancato e uno inaspettato. Sono Ignacio González e Maximiliano Freitas a prendersi la scena al primo appuntamento stagionale di Copa Libertadores. Entrambi uruguaiani, nelle ultime ore hanno vissuto momenti molto simili, passando da attimi di rabbia e delusione alla felicità, frutto in un caso di un successo sul campo e nell’altro da una battaglia vinta molto importante.

I Montevideo Wanderers che aprivano di fatto l’edizione 2018 della Libertadores hanno dovuto fare a meno del loro leader e capitano Nacho González, volato negli Stati Uniti d’urgenza per donare il midollo osseo al fratello Santiago, nato con un’infermità genetica autoimmune ereditata dal padre. Una patologia grave che ha colpito ben sei dei dieci fratelli González ma non Nacho, che assieme a una sorella è l’unico compatibile alla donazione con il resto della famiglia.

Nacho tornò in Uruguay cinque anni fa proprio per riavvicinarsi a casa dopo una carriera di tutto rispetto passata in giro per l’Europa, dove giocò con squadre importanti quali Valencia, Monaco, Newcastle e Levante. Nonostante fosse cercato dal Danubio, club che lo fece esordire nel professionismo, González accettò a sorpresa l’offerta del Nacional. Dopo tre stagioni col Bolso scelse l’intrigante sfida lanciatagli dai Montevideo Wanderers. Il Bohemio era alla disperata ricerca di gente esperta per provare a tornare in coppa e Nacho faceva al caso suo. Una missione compiuta, ma senza il tanto sperato esordio: «A 35 anni sono consapevole che potrei non avere un’altra opportunità di giocare la Libertadores ma mio fratello ha 28 anni e io avevo il dovere di aiutarlo».

Maximiliano Freitas, invece, la partita contro l’Universitario non doveva proprio giocarla. Fino a poche ore prima del fischio di inizio, il centravanti cresciuto nel Plaza Colonia sembrava destinato alla panchina. Il motivo? Una punizione, che la società gli avrebbe inflitto dopo l’episodio accaduto durante l’ultimo allenamento dei Refineros. Oggetto di insulti e fischi da parte di alcuni tifosi seduti in tribuna, Freitas ha improvvisamente deciso di fermare il gioco e di andare verso di loro per chiedere spiegazioni.

La contestazione è degenerata, tanto che tra il giocatore e una parte della barra è quasi scattata la rissa. Chi conosce il centravanti dell’Oriente Petrolero assicura di non averlo mai visto così agitato, e in effetti la sua storia sembra non ricalcare affatto i classici canoni sudamericani fatti di feste e bravate. Tutt’altro. Soprannominato Tanque (uno dei suoi quattro soprannomi) per il suo fisico, che guardandolo bene ricorda quello di un altro “carrarmato” più celebre come Santiago Silva, Freitas è un personaggio a due facce, un tipo tranquillo che non appena mette piede in campo si trasforma.

Proprio per questo non ha accettato le accuse di scarso impegno, arrivando a perdere il controllo e “invitando” al confronto alcuni di quegli aficionados poco educati. Freitas in quel momento ha stabilito che nessuno aveva diritto di rinfacciargli qualcosa dopo ciò che aveva fatto con addosso la maglia dell’Oriente Petrolero, portato in Libertadores con i suoi gol.

E così proprio in Copa ha deciso di mettere la firma con una giocata delle sue, un gran gol per avvicinare la qualificazione in vista della gara di ritorno. L’esultanza, rabbiosa, voleva essere una mano tesa verso quel settore di gente che pochi giorni prima lo aveva insultato, ma il suv fermo a bordo campo era un’occasione troppo ghiotta per non lasciare il segno. E allora tutti in macchina a fare festa, un abbraccio collettivo con dedica a Paúl Burton, giocatore refinero morto a dicembre dopo alcune complicazioni avute in seguito a un’operazione.

Un evento che lo ha scosso profondamente il Tanque: «Fu un colpo molto duro per me. Era un amico e fu lui a soprannominarmi così» ha raccontato Freitas, il gigante dal cuore buono e dai gol pesanti.

Andrea Bracco