Guede: l’amicizia con Tito Vilanova, gli appunti di Guardiola e il titolo con Valdivia

Guede

La vittoria del trentaduesimo campionato cileno per il Colo Colo, dopo il successo per 3-0 sull’Huachipato, ha visto come protagonista oltre alla leadership del pajarito Valdés, le parate determinanti di Orión e il ritorno a casa del mago Valdivia, il coronamento di un allenatore partito dalla terza divisione del calcio spagnolo, Pablo Guede.

Argentino nato nel 1974, dopo una carriera da calciatore passata nelle serie minori del calcio albiceleste, si è trasferito in Spagna dove ha vestito le maglie tra le altre di  Málaga, Xerez ed Elche. Proprio in questo club ha condiviso lo spogliatoio con Tito Vilanova, storico vice di Guardiola, con cui ha stretto un rapporto molto forte, tanto da aver conseguito insieme il patentino da allenatore. La sua avventura in panchina è iniziata da El Palo, piccola società di Málaga, ma dopo solo metà stagione per problemi familiari è ritornato in Argentina a distanza di 17 anni, e inaspettatamente dopo qualche mese ha trovato un nuovo incarico alla guida del Nueva Chicago. Al verdinegro si è presentato con questa frase: “Solo una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire”. Da qui la promozione dalla Primera B Metropolitana al Nacional B, dove ha mostrato un calcio propositivo e piacevole da vedere, figlio dell’idea di ottenere il risultato attraverso il gioco.

La stagione successiva la sua carriera è poi proseguita oltre la cordigliera delle Ande, alla guida del Palestino, con il quale ha raggiunto nel 2014 la qualificazione alla Copa Libertadores che mancava da 36 anni. La stampa cilena ha celebrato il club con il soprannome di Barcellona de La Cisterna, tutto ciò grazie al lavoro dell’allenatore argentino, che dopo aver studiato i concetti di gioco del Barça di Guardiola, ha poi mischiato il tutto con azioni provenienti anche da altri sport, come il basket, la pallamano e l’hockey. Ha inoltre valorizzato molto il potenziale dei giovani, con una squadra che contava un’età media di 24 anni e con gran parte della rosa proveniente dal settore giovanile. Per preparare una partita guarda per due volte gli ultimi quattro match disputati dagli avversari, attraverso differenti angolazioni. Ha anche l’abitudine di consegnare ai suoi giocatori dei video con durata inferiore al minuto, contenenti le azioni dei singoli avversari.

Nel 2015 il ritorno in patria, a Boedo, sulla panchina del San Lorenzo vincitore della Copa Libertadores. Qui le cose non sono andate come ci si auspicava. Oltre infatti alla vittoria della Supercoppa d’Argentina contro il Boca per 4-0, è stato eliminato alla fase a gironi della Libertadores dal Botafogo e sconfitto in finale in campionato dal Lanús. Questa sconfitta lo ha portato a dimettersi. Le cause del fallimento oltre ai cattivi rapporti con i membri della dirigenza, erano da ricercare anche in una rosa strutturata principalmente con giocatori già formati, molti a fine carriera.

Da lì il ritorno nella capitale cilena a luglio 2016, sulla panchina del Colo Colo. Qui alti e bassi, con le vittorie di trofei di tono minore, come la Copa Cile 2016 e la Supercopa 2017, il record d’imbattibilità nei clásicos e l’uscita preventiva nella fase preliminare della Copa Libertadores, ancora per mano del Botafogo. Nel primo semestre del 2017 c’è da ricordare anche la clamorosa sconfitta con l’Antofagasta nella penultima giornata del Torneo Clausura, che ha consegnato di fatto il titolo ai rivali della U de Chile. La seconda parte dell’anno, dopo un inizio di campionato con una sola vittoria nelle prime quattro partite che gli ha inimicato buona parte dello spogliatoio, l’argentino ha modificato lo stile di gioco dei suoi, riuscendo ad ottenere risultati migliori soprattutto nelle partite chiave: 4-1 contro la U de Chile, 3-0 contro l’Audax e 5-2 all’Unión Española di Martín Palermo. Così si è concluso l’inseguimento a un trofeo che mancava nella bacheca dell’Albo dal 2015 e che era sfuggito in maniera clamorosa nelle edizioni precedenti.

Mattia Zupo