Un africano in Messico: Djaniny, tra viaggi in bici e il sogno di un gol alla Messi

Djaniny

Con il calciomercato ancora aperto e diverse squadre alla ricerca di calciatori europei per rispondere all’arrivo di Jérémy Ménez all’América, il campionato messicano riapre con un africano come protagonista. Nella prima giornata del Clausura 2018 sono bastati quarantacinque minuti scarsi al capoverdiano Djaniny per segnare la tripletta perfetta nel 4-2 tra Santos Laguna e Lobos BUAP: colpo di testa su calcio d’angolo per aprire le marcature; destro che manda la palla nell’angolino per il 2-1; sinistro, dopo aver saltato il portiere, per chiudere il primo tempo in bellezza.

Dalla stagione 1951-52, quando il marocchino Abdul Abderrazak arrivò al Puebla, andandosene dopo tre mesi per problemi di ambientamento della famiglia, diciassette calciatori africani sono scesi in campo nella massima serie messicana, con un vero e proprio boom negli anni ’90, quando nell’América furoreggiavano le Águilas Negras, la coppia gol composta dallo zambiano Kalusha Bwalya e dal camerunese François Omam-Biyik. Tra tutti, però, soltanto il camerunese Alain N’Kong, transitato dall’Atlante per un semestre nel 2007, aveva conquistato il campionato messicano prima di Djaniny.

Punto fermo dei laguneros che, nel Clausura 2015, anche grazie ai suoi gol a Tigres e Chivas nella Liguilla, sono arrivati, partendo da un ottavo posto, fino alla finale, poi vinta contro il Quéretaro di Ronaldinho, Djaniny, attualmente a quota 136 presenze e 40 gol in maglia biancoverde, è il più celebre del piccolo contingente africano della Liga MX, che attualmente comprende il ghanese ex Udinese Clifford Aboagye e il camerunese Patrick Soko (entrambi all’Atlas), l’altro ghanese Geoffrey Acheampong, ancora in attesa del debutto con il Veracruz, e il gambiano Kekuta Manneh, appena acquistato dal Pachuca dopo cinque stagioni nella Major League Soccer.

Il viaggio che ha portato il capoverdiano a Torreón, però, è diverso dagli altri. Giunto nel 2009 nell’isola di São Jorge, nelle Azzorre, per seguire un corso sulle energie rinnovabili in una scuola professionale, già dal primo allenamento con la Velense, piccola squadra del paesino in cui viveva, fece parlare di sé: uno così, nel campionato distrettuale di Angra do Heroísmo, non si era mai visto. Il club diventò presto la casa di Djaniny, in tutti i sensi: dormiva, infatti, nella sede societaria, preferendo risparmiare i soldi di un’eventuale affitto e inviare i soldi alla famiglia, e si muoveva per l’isola a bordo di una bicicletta regalata da un tifoso. In due stagioni andò a segno cinquanta volte; una volta, rispettoso delle gerarchie, chiese al suo capitano il permesso di segnare un gol come quello di Messi al Getafe contro i rivali del Marítimo Velense. Permesso accordato.

L’approdo tra i professionisti, all’União Leiria nel 2011, gli permise di conoscere Pedro Caixinha, l’allenatore che lo fece debuttare e, tre anni più tardi, si ricordò di lui al momento di sedersi sulla panchina del Santos Laguna. Djaniny, reduce da esperienze con Benfica B, Olhanense e Nacional, ammise candidamente di non sapere assolutamente nulla del Messico, ma la strana coppia allenatore europeo/attaccante africano portò tre trofei ai laguneros e funzionava bene. Talmente bene che Caixinha avrebbe volentieri portato il giocatore con sé in Scozia e, diventato allenatore del Cruz Azul, ne ha chiesto l’acquisto alla dirigenza dei cementeros: almeno per il momento, però, dovrà accontentarsi di incontrarlo da avversario.

Marco Maioli