I colombiani a Napoli e in Italia: i predecessori di Ospina

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La stagione del Napoli è cominciata senza di lui ma David Ospina è pronto a diventare protagonista in Italia.

Prosegue dunque il curioso feeling tra la società partenopea e la Colombia: prima di Ospina, infatti, già altri tre cafeteros avevano vestito la maglia azzurra. Ancor prima di Camilo Zúñiga, Pablo Armero e Duván Zapata, a inaugurare la rotta, nel 1994, fu Freddy Rincón, strappato ai brasiliani del Palmeiras nell’ambito di una delle tante operazioni imbastite in quegli anni assieme al Parma di Calisto Tanzi. Ai Mondiali italiani del ’90 el Coloso, come lo chiamavano in patria a motivo di una fisicità statuaria, si era tolto lo sfizio di segnare alla Germania Ovest, e come biglietto da visita aveva portato uno dei gol del memorabile 5-0 con cui la Sele Cafetera aveva travolto l’Argentina al Monumental, ma in Italia almeno inizialmente faticò a ingranare, soprattutto a causa di un grottesco equivoco tattico: inizialmente, infatti, l’allenatore Vincenzo Guerini lo schierava da centravanti, non rendendosi conto di avere tra le mani un centrocampista con la spiccata vocazione all’inserimento, come invece avrebbero imparato al Real Madrid, dove si sarebbe trasferito dopo una sola stagione, prima di far tornare a parlare di sé recentemente per un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpool per una vicenda legata al narcotraffico internazionale.

Non solo Napoli però. In passato dalla Colombia la nostra serie A ha esportato sempre attaccanti più o meno micidiali come Faustino Asprilla, il Tren Adolfo Valencia, Iván René Valenciano, Duván Zapata e Carlos Bacca, smaliziati caudillos della difesa come il Mariscal Mario Yepes, Cristian Zapata e Iván Ramiro Córdoba, esterni o mezze punte dallo scatto fulminante come Juan Manuel Cuadrado e Luis Fernando Muriel, entrambi finiti nei radar sempre attentissimi dell’Udinese, o anche trequartisti dai pensieri illuminanti come Juan Ferdinando Quintero, ma solamente altri due portieri oltre a Ospina. L’apripista, nel lontanissimo 1953, fu Rafael Valek Moure. Nato a Bogotà nel 1932 da padre ceco e madre francese, Valek aveva poco più di vent’anni quando venne ingaggiato dal Genoa, in Serie B, diventando il primo futbolista cafetero a giocare in Europa, ma era tutt’altro che un novellino: nel 1949, in pieno El Dorado, aveva conquistato il titolo con l’Independiente Santa Fe, il primo della storia professionistica colombiana che in questi giorni festeggia il settantesimo compleanno, guadagnandosi la chiamata dei Millonarios, dove aveva condiviso lo spogliatoio con gente come Alfredo Di Stéfano e  il Divino Adolfo Perdernera. In Liguria le cose andarono bene, con tanto di promozione conquistata, ma  al termine della stagione, in preda alla nostalgia, Rafael salutò il Belpaese e tornò a solcare l’Atlantico, trasferendosi in Messico,  all’ormai defunto Club Oro di Guadalajara.

Quasi mezzo secolo più tardi, nel 2002, la sua eredità l’avrebbe raccolta Óscar Córdoba, mitologico portiere di Colombia e Boca Juniors, ma meteora dell’esotico Perugia di Gaucci, scappata di corsa al Beşiktaş nella successiva finestra di mercato invernale: “La mia avventura italiana mi è servita per farmi un’idea sul calcio di questo Paese: è un calcio molto veloce, molto fisico, ma si da troppo spazio alla tattica e poco alla fantasia come siamo abituati in Colombia. Penso che sia un tipo di calcio piatto“. Adesso tocca ad Ospina arricchire di un nuovo capitolo la non eccezionale tradizione dei portieri colombiani in Italia, sperando magari di fermarsi nel nostro campionato un po’ di più dei suoi illustri connazionali.

Vincenzo Lacerenza