Clásico bogotano: una partita che vale un campionato

bogotano

Tra il caffè “divino” sponsorizzato da Juan Valdez, il baffuto cafetero fittizio della pubblicità diventato icona in tutto il Sudamerica, e l’infinito numero di biblioteche in giro per la città (non a caso soprannominata “Atene”), nelle 101 ragioni per amare Bogotà individuate dalla giornalista inglese Vicky c’è però una lacuna. Anche piuttosto grave, almeno per noi: il fútbol.

Millonarios e Independiente Santa Fe, le due anime calcistiche della capitale, fanno parte del ristrettissimo club di formazioni colombiane a non essere mai retrocesse, eppure da quando nel 2002 è stata introdotta la formula del torneo corto, solo quest’anno il Clásico Bogotano vale per la prima storica volta il titolo di campione colombiano: nel 1978, infatti, gli Embajadores si presero la decima corona della loro storia dopo aver battuto per 3-1 ai rivali, ma all’epoca la questione si risolveva con un quadrangolare, magari anche più meritocratico, ma sicuramente meno avvincente.

Come ogni clásico che si rispetti non possono mancare sfottò e prese in giro. Se l’hinchada del Millonarios, forte di un palmarès diventato extralarge nel periodo del Ballet Azul di Alfredo Di Stéfano e Adolfo Pedernera, ostenta con una certa spocchia i quattordici titoli conquistati dagli Albiazules, quella dell’Expreso Rojo, che di campionati ne ha vinti solo nove, tra cui il primo dell’era professionistica, per difendersi può sempre ricordare il clamoroso 7-3 del 1992, tirando fuori un passato scomodo agli azules, massacrati quel giorno da una tripletta di Daniel Tílger: “Nessun santafereño dimentica che ci siamo abbracciati sette volte“, scrive Daniel Samper nel suo libro ‘Volveremos, volveremos’ con quella vena di sottile sarcasmo misto a soddisfazione tipico del mondo sudamericano.

Fino a quel momento, quando si giocava il clásico i tifosi bogotani assistevano assieme alla partita in un clima di festa e relativa serenità, trasformando il Campín in una gigantesca macchia azul y roja:Andare allo stadio era un festa: 60.000 persone mischiate“, ha ricordato l’editore de “El Espectador“, Jorge Cardona, senza nascondere un pizzico di nostalgia. Ma dall’alba degli anni ’90, con l’insorgere sempre più prepotente del fenomeno delle barra bravas, e l’aumento esponenziale della violenza tra le opposte tifoserie, la divisione si rese inevitabile per scongiurare problemi d’ordine pubblico. Nonostante tutti gli accorgimenti del caso, però, non mancarono gli episodi spiacevoli. Nel 2004 Léider Preciado, il massimo cannoniere storico del Clásico, scese in campo nonostante il fratello Wellington Enrique fosse stato assassinato solo qualche giorno prima a Tumaco. I “Comandos Azul“, il gruppo più caldo a sostegno del Millonarios nato da una costola della leggendaria Barra del Búfalo (come il soprannome dell’idolo argentino Juan Gilberto Funes, morto di endocardite a soli ventinove anni) lo usarono come assist per accanirsi su di lui: “Léider Calimenio, oh, oh, oh, oh, oh. Mataron a tu hermano, oh, oh, oh, oh, oh“, cominciarono spregevolmente a cantare con l’intento di colpirlo nella sfera degli affetti familiari, lì dove fa più male. Poco dopo Léider segnò di testa e si recò sotto il settore dei tifosi azules, portandosi l’indice alla bocca come a voler invitare tutti al silenzio. “È stato il momento più emozionante della mia carriera”, ha ricordato tempo dopo.

Grazie anche a numerose iniziative mirate, per fortuna, nonostante qualche rimasuglio di violenza, i rapporti tra le due tifoserie sono rientrati nella normalità, seppur ancora parecchio distanti da quelli di un tempo. Prima della gara d’andata, infatti, oltre ai soliti richiami alla civiltà dei giocatori, è arrivato anche l’appello di Enrique Peñalosa: “Lo que es claro, es que el campeón ya es un equipo bogotano… Bogotá ya ganó“, ha twittato diplomaticamente il sindaco di Bogotà.

Nella gara d’andata l’ha spuntata il Millonarios di Miguel Ángel Russo grazie ad un colpo di testa del centrale uruguaiano Matías de los Santos, arrivato in estate a sostituire Pedro Franco, l’ultimo superstite del titolo conquistato cinque anni fa: prima di allora gli Embajadores non festeggiavano un campionato addirittura dal 1988. Per alcuni tutta colpa dell’anatema di Padre Ramírez: il sacerdote, tifosissimo del Deportivo Pereira, era furibondo per la retrocessione della sua squadra del cuore causata dall’imprevedibile, e sospetta, sconfitta del Millonarios con l’ Unicosta di Barranquilla.

Vincenzo Lacerenza