Cebolla Rodríguez: i titoli all’Atlético, la fuga da Parma e il ritorno al Peñarol

Cebolla

Lo ha fatto ancora una volta e forse c’era d’aspettarselo. Cristian Rodríguez è riuscito a far piangere anche i giocatori del Defensor Sporting non tradendo l’apodo che lo ha reso mitico: el Cebolla.

E in effetti lui i rivali li fa piangere per davvero nonostante abbia dichiarato che quel nomignolo è in realtà solo un’eredità paterna.

Lo spareggio, che metteva in palio la conquista della Tabla Anual del Campeonato Uruguayo 2017, è stato deciso al 93’ proprio da un suo colpo di testa, che ha regalato un urlo di gioia a ognuno dei tifosi del Peñarol presenti all’Estadio Centenario. “Non sono un goleador, ma so sempre farmi trovare pronto”, le sue parole nel post partita.

Il Cebolla Rodríguez, una garanzia per il Carbonero, la sua squadra del cuore nonché la prima maglia indossata in carriera. Un’avventura cominciata nel 2002, impreziosita dal titolo di campione nel 2003 e conclusa nel 2005, anno del polemico trasferimento al Paris Saint-Germain. “Non mi sono mai sentito in debito, ma mi è dispiaciuto dover lasciare il club a causa di alcune questioni contrattuali”, ha dichiarato in un’intervista in cui ha rivelato pure di voler tornare prima o poi al Peñarol. Una cosa alla volta perché dopo il PSG, con cui ha vinto una Coppa di Francia, ha proseguito la sua avventura in Portogallo. Cinque anni, tra Benfica e Porto, per un totale di 10 trofei, tutti vinti con i Dragões, tra cui l’Europa League del 2011. E nell’estate dello stesso anno è arrivato anche il titolo più sentito in assoluto: la Copa América.

Rodríguez e la nazionale uruguaiana, un amore sincero avvalorato dalle 102 presenze collezionate con la Celeste: davanti a lui ci sono solo Diego Forlán, Diego Godín e Maxi Pereira. E proprio Godín fu ben felice di accoglierlo all’Atlético nel 2012. A Madrid il suo destino si è incrociato anche con quello di Diego Simeone. In partenza il rapporto non sembrava promettere bene: a detta di tutti, il Cebolla era troppo anarchico per la filosofia del Cholo che però fu in grado di tirare fuori il massimo da lui. Insieme hanno vinto una Copa del Rey e una Supercoppa di Spagna oltre alla storica Liga 2013/14, conquistata diciotto anni dopo l’ultimo trionfo in campionato dei Colchoneros. E nella stessa annata solo un gol allo scadere gli ha negato di alzare la Champions League in finale contro il Real Madrid. Le sue lacrime dopo il pari di Sergio Ramos hanno fatto il giro del mondo: “Ci hanno rubato un sogno”. Dopo quell’enorme delusione Rodríguez decise di lasciare l’Atlético, anche per giocare con più regolarità in vista della Copa América 2015. Scelse a sorpresa il Parma, ultimo in classifica e pieno di debiti, con cui giocò solo sei partite. “Sapevo che le cose andavano male sul piano sportivo, ma non conoscevo gli altri problemi: i miei compagni non hanno preso lo stipendio per sette mesi”. Una situazione insostenibile che lo costrinse a trasferirsi al Grêmio. Anche qui un’esperienza transitoria, proprio come quella con l’Independiente. Nella testa del Cebolla c’era solo un pensiero: tornare a casa da protagonista.

E, finalmente, nel febbraio 2017 ci è riuscito. Oggi, a 32 anni, è il capitano del Peñarol e, se domenica batterà di nuovo il Defensor Sporting, insieme ai suoi compagni, porterà a casa un altro titolo di campione d’Uruguay. Ma gli obiettivi non finiscono qui: a giugno c’è il Mondiale e, per una volta, il Cebolla spera di poter piangere di gioia.

Matteo Palmigiano