Armani: le lacrime, le profezie e il saluto dei trentamila di Medellín

Armani

«Vado a vivere il mio sogno». Con queste parole Franco Armani si è congedato pochi giorni fa dall’Atlético Nacional. Il portiere argentino è uno dei primi rinforzi del River Plate: un personaggio di spessore, tecnico e umano, che nella rosa del River mancava terribilmente.

Il portiere argentino lascia una realtà, quella verdolaga, nella quale era diventato un idolo indiscusso. Non è infatti un caso che in occasione del suo addio all’Atanasio Girardot si siano presentati più di trentamila tifosi. Un abbraccio forte e sentito a uno degli eroi della storia moderna del club, che con la maglia dell’Atlético Nacional si è portato a casa la bellezza di tredici trofei. Le sue parate sono state fondamentali in tutti i successi dell’era recente, compresa la Copa Libertadores del 2016, anno nel quale Armani si guadagnò anche il titolo di miglior portiere del continente.

La storia di Armani è fatta di fallimenti e molti sacrifici per arrivare in alto. Lo stesso rapporto con la città di Medellín faticò a decollare, tanto che durante la sua prima stagione Armani pensò addirittura di lasciare il calcio. La mancanza di casa e la poca considerazione da parte dei tifosi poteva rivelarsi un mix letale, come ha raccontato in prima persona a El Gráfíco: «Quando arrivai a Medellín e non trovai nemmeno un giornalista ad aspettarmi ci rimasi male. Passai più di un anno a piangere tutte le notti e mio padre venne in Colombia per convincermi a non mollare».

Decisivo fu l’incontro con Ricardo Osorio, l’architetto delle vittorie recenti del Nacional, che nonostante un brutto infortunio al legamento crociato anteriore gli ribadì la sua fiducia e gli chiese di non mollare. Armani iniziò anche a frequentare una ragazza che (a suo dire) poteva parlare con gli angeli: «Ha parlato con un mio defunto parente, lui le ha detto che il mio momento di gloria sarebbe arrivato tra i 28 e i 29 anni». E così fu. L’avvicinamento alla fede religiosa lo ha in parte cambiato, tanto che oggi il suo motivatore personale è il pastore della sua chiesa, reperibile in ogni momento della giornata, e nelle sue parole fa spesso riferimento a Dio. Durante la serata a lui dedicata ha persino detto che «Il River Plate è un segnale che mi è stato mandato da Dio ed è il percorso che devo seguire, ma non mi dimenticherò mai di voi e di come mi avete trattato in questi anni».

I Millonarios si portano a casa uno dei migliori interpreti del ruolo in assoluto; solo nell’ultimo anno Armani si è reso protagonista di prestazioni straordinarie, come quella nei quarti di finale di Copa Libertadores contro il Rosario Central, quando il video con il suo triplo intervento su Montoya e Marco Ruben ha fatto il giro del mondo. E pensare che il nonno, una delle figure centrali per la sua crescita, rise la prima volta che il nipote gli confessò di voler diventare portiere.

Ma Armani ce l’ha fatta. Oggi, a 31 anni, vive una nuova giovinezza, è seguito dal Ct colombiano Pékerman e si è prefissato diversi obiettivi personali. Il primo è quello di fare bene nella sua nuova avventura al River Plate. Il secondo è di indossare, prima o poi, la maglia del San Telmo, club per il quale fa il tifo sin da bambino. Ultimo, ma non per importanza, chiudere la carriera davanti al popolo verdolaga. Quella gente conquistata a colpi di parate e umanità, salutata in lacrime con la voce rotta, alla quale ha promesso di tornare.

Andrea Bracco