Alejandro Silva e gli incubi del River Plate

Alejandro Silva

Sembra impossibile per il River Plate liberarsi del fantasma di Alejandro Silva. È stato ancora una volta l’esterno destro uruguaiano, già giustiziere dei Millonarios con il rigore del 4-2 nell’epica e surreale semifinale della scorsa Libertadores, infatti, a regalare la vittoria al Lanús di Ezequiel Carboni e condannare alla sconfitta la Banda con cui sembra avere un conto aperto. L’esito è stato lo stesso di quella serata magica, ma l’atmosfera non poteva esserlo per ovvie ragioni. Alla vigilia della partita proprio Silva lo ha spiegato chiaramente ai cronisti di Olé: “Questa sarà una partita del tutto diversa da quella semifinale: abbiamo cambiato molti giocatori rispetto all’anno scorso“. Tutto vero: oltre all’allenatore Jorge Almirón, tra i protagonisti della strepitosa cavalcata dell’anno scorso in Copa Libertadores hanno fatto le valigie e salutato la Fortaleza pure Pepe Sand, capocannoniere della scorsa Libertadores emigrato in Colombia assieme a Diego Braghieri, e Maxi Velázquez, passato all’Aldosivi.

Alejandro Silva, arrivato la prima volta nel 2014 su richiesta del Mellizo Guillermo Barros Schelotto e tornato due anni più tardi, invece, ha scelto di continuare a rappresentare i colori dell’Equipo de barrio más grande del mundo. Nella sua ascesa dal “potrero” alla “cancha” non c’è stato nulla di scontato, nemmeno il fatto di essere diventato un calciatore: a quattordici anni, infatti, è stato sul punto di abbandonare il fútbol per dedicarsi ad attività più remunerative. La famiglia, d’altronde, ne aveva bisogno e lui non se l’è sentita di girarsi dall’altra parte, anche per una questione di riconoscenza: “Si rompevano la schiena per me, ma il denaro non era comunque abbastanza. Per questo decisi di abbandonare il calcio per un po’“, ha ammesso a El Observador, ricordando il periodo passato a fare un po’ di tutto, dal fruttivendolo al pizzaboy, passando per l’operaio metalmeccanico. Ha provato anche cosa significhi lavorare in fabbrica, ma senza mai riporre definitivamente in soffitta la passione per il calcio: “Trovava sempre un modo e un posto per giocare a calcio“, ha detto la madre, che lo ha sempre incoraggiato a non mollare, anche quando l’allenatore del Boston River, una modesta formazione di Montevideo, lo scartò, giudicandolo inadatto dopo averlo visionato per tutta la pretemporada. La grande occasione però è arrivata poco dopo: grazie a suo zio Sergio, ha ottenuto e superato un provino con l’Atlético Fénix, arrivando in poco tempo a debuttare in Primera División. È stata la svolta. L’Olimpia lo ha ingaggiato nel 2012 e lui è andato anche oltre le attese, segnando dieci reti, di cui una in finale di Copa Libertadores, anche se poi non è servita per sfilare il trofeo all’Atlético Mineiro di Ronaldinho. I tifosi guaraní se ne sono ricordati tre anni più tardi quando, dopo aver assaggiato il Lanús e realizzato il sogno di indossare la camiseta aurinegra del Peñarol, gli hanno riservato un’accoglienza a dir poco calorosa. Dopotutto, si trattava pur sempre di colui che sarebbe diventato il miglior cannoniere charrúa della storia del Decano, spodestando un’icona del club come Juan Manuel Salgueiro, e contribuendo in tandem con il Mago William Mendieta alla conquista dello storico titolo numero 40: “Ho sempre seguito l’Olimpia anche dall’Argentina: mi sento un tifoso asunceño a tutti gli effetti“. Tutto questo prima di tornare al Lanús e trasformarsi nel peggior incubo del River Plate.

Vincenzo Lacerenza